Partono i bastimenti

Di venerdì, nella bella stagione, il Caremar per Ischia (via Procida) delle 19.20 in partenza da Porta di Massa è sempre molto affollato. I passeggeri non sono i pendolari della domenica, non cercano il fugace ristoro di un bagno e di un menù turistico. Sono gli habitué di Procida che, pur se mischiati agli omologhi ischitani, se ne sentono lontani un miglio, intimamente convinti della superiorità della loro isola.

Ma il viaggio è un comune rituale, per costoro, e il traghetto ne diventa il tempio.

Salire a bordo e lasciar cadere lo zaino ai propri piedi, sfilare i sandali, allungare le gambe occupando tutta la panca, incuranti di quel velo nero di nafta ricaduta, equivale a entrare nella camera di compensazione che porta altrove, lontano da se e dall’affanno cittadino.

Una veloce panoramica d’attorno, qualche faccia conosciuta, un amico da andare a salutare: “Anche tu qui, hai preso casa?” – “No, quest’anno veniamo alla spicciolata, sai, la crisi, ma non ci rinunciamo”.

Il sole del tramonto stende un velo d’arancio su questo fremente carico d’umanità ansioso di ascoltare il motore del traghetto, lo sbattere delle onde sullo scafo e finalmente l’altoparlante che gracchierà “Procida, scalo di Procida. La nave prosegue per Ischia”. Sostenuto dalla promessa di sole, mare, odori e ritmi isolani, l’amante delle isole s’affaccia a guardare la banchina, e storce il naso di fronte al disordinato ammasso di auto col contrassegno dell’imbarco; per consolarsi, allora, alza lo sguardo verso la Certosa adagiata in mezzo al verde, che sembra vicinissima.

Si mette subito in fila al bar, che però non apre prima che il traghetto salpi, e sono già le sette e quaranta. Il caffè, servito in monouso, lascia molto a desiderare, come aperitivo c’è solo il crodino e se vuole sgranocchiare qualcosa può scegliere tra una busta di sconosciute patatine e gli immarcescibili Ritz. L’habitué pensa a quanto sarebbe piacevole se un paio di ragazzi con il vassoio a tracolla girassero nel salone climatizzato e sui ponti a vendere bibite fresche, gelati, piccole schifezze di conforto.

Due chiacchiere, una sigaretta, il giornale prima che diventi troppo vecchio. Il vento nei capelli, il sole in faccia, ragazzi indossate la felpa, non vi sporgete. Le nascoste ville di Posillipo, il solito camorrista in motoscafo che deve superare il suo record personale di idiozia e velocità, la bagnarola che riporta al Beverello i tedeschi che hanno passato la giornata a Capri. Il faro di Capo Miseno, una bella passeggiata, ma quando farà meno caldo. E poi il mare che cambia quando si entra nel canale, l’apparizione in controluce di Terra Murata: mancano ancora venti minuti, ma è come essere arrivati.

Il traghetto inizia la virata, entra in porto, lasciandosi la Madonnina sulla sinistra, il lungo pontile punteggiato di figure immobili a pescare, a destra. Portellone giù, si scende, e tanti saluti a quelli che proseguono per Ischia. L’habitué passa alle paranze, forse trova ancora qualcosa, magari delle cicarelle per il sugo, e un po’ d’alici.

Stasera cenerà sotto i limoni del giardino.

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